la raccolta delle olive

L’autunno mostra le sue giornate migliori, quelle di pioggia. Dalla tv ripetono in continuazione gli allarmi della protezione civile per le grandi e medie città, sconvolte dall’acqua che cade abbondante. Qui invece si parla di raccolta delle olive. Si, una cosa semplice ma preziosa allo stesso tempo, che ci regala l’olio da usare in cucina per tutto il resto dell’anno. E domani si inizia, per almeno un paio di giorni, questo rito antico e prezioso.
Giornate all’aria aperta, un bel po’ di fatica con le reti, i rastrelli e il battitore e nel sollevare e risollevare le cassette. Infine l’olio che scaturisce dal mulino, quell’oro verde come lo smeraldo e pieno di intensi odori. Ed infine un assaggio con del pane fresco.
E quelle poche olive che si lasciano sulle piante che per tradizione sono chiamate ‘le olive delle vedove’ perché nei tempi passati erano proprio queste donne sole, e quindi più povere, che passavano umilmente a raccoglierle per avere anche loro qualcosa da mangiare nei mesi invernali.
Buona settimana a tutti!

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Dice che era un bell’uomo e veniva….

…. veniva dal mare…

 

Oggi ci ha lasciato un grande cantante e un grande poeta. Il suo nome era Lucio Dalla. Io l’ho conosciuto attraverso gli Lp dei miei fratelli e poi con i cd e alla radio. Era simpatico, era intelligente, non aveva bisogno di altro che della sua arte per farsi sentire. Non urlava, non strillava, non era un vip, in poche parole.

L’ho visto cantare dal vivo, nell’estate del 2010, con De Gregori. Appena salito sul palco ho pensato fosse invecchiato un po’. Poi sono partite le prime note, lui si è messo al piano, poi al clarinetto, poi a cantare i suoi pezzi migliori. Ballava, rideva, faceva smorfie, zompava letteralmente di gioia. Così ho visto che non era invecchiato affatto, che aveva in sé più energia di cento ragazzini. Ed è così che lo ricorderò, nel mio piccolo.

E per condividere qualcosa con voi, ecco 4/3/1943, una canzone bellissima fra decine di canzoni bellissime.

Non potevo mancare..

L’occasione ghiotta di scrivere un post di 29 febbraio capita solamente una volta ogni 4 anni e non posso farmi scappare quest’occasione. Quindi ho deciso di rispolverare qualche foto scattata ieri sul fare del tramonto mettendo alla prova la pazienza della macchina fotografica che indegnamente porto con me.

Prima delle immagini, mentre sento che l’acqua della tisana sta iniziando a bollire, vi racconto una piccola nostalgia, tanto per allungare un po’ il già abnorme elenco che trovate qui.

Quando ero piccolino abitavo in una casa un poco distante dalla città. In estate, come tutti i bambini, ero sempre fuori a giocare nelle giornate di sole e riposavo di tanto in tanto all’ombra di qualche albero. Tre giorni a settimana, sempre fra le 11 e le 12 del mattino, si sentiva in lontananza il suono allegro di un clacson. Era il panettiere che arrancava con il suo furgone su per la salita. Ad ogni curva un suono. Annunciava il suo arrivo, come un araldo del re. Curvava nel piazzale e si preparava a ripartire. Spegneva il motore ed apriva la lunga portiera lungo la fiancata dalla quale si intravedeva ogni ben di Dio. Pagnotte di tante forme e grandezze, qualche biscotto, dolci e soprattutto lei, la regina di tutte: la pizza bianca!

Il suo odore era celestiale, la consistenza morbida, il sapore quantomeno divino. E per me che a quell’ora avevo già una fame da lupi, conquistarne un pezzetto era sempre una grande gioia. Prendevo il pane caldo ordinato il giorno prima, salivo in casa da mia madre e aspettavo che lei mi regalasse un pezzo di quel cibo degli dei.

Quel sapore di olio e di rosmarino ancora lo sogno. Quella gustosa semplicità mi è rimasto incollato al palato!

Ed ora lasciamoci alle spalle quest’aura di nostalgia e fissiamo gli occhi al cielo.

 

E voi quando avete fissato l’ultima volta la luna?

L’esperienza e la gentilezza. C.

Una volta conoscevo una persona importante. Ai miei occhi di bambino appariva enorme. Aveva gli occhi chiari e stretti, le rughe cotte dal sole per il suo lavoro, i capelli a spazzola sempre corti. Era una gigante buono.

Ricordo come spostasse pietre pesanti con la facilità con cui il vento fa volare le piume. Aveva spesso in mano un piccone o una pala. Muoveva mucchi di sabbia ed io lo imitavo giocando con il mio escavatore in miniatura sulla stessa sabbia che lui usava per lavorare.

Cantava di tanto in tanto. Delle canzoni tristi o allegre, a seconda del momento. Guardava negli occhi gli uomini che gli stavano vicino. Dava ordini, ma lo faceva gentilmente. Sembrava non smettesse mai di lavorare. Ma quando era l’ora, si fermava. Sedeva con gli altri e tirava fuori il suo involto con il pranzo ancora caldo. Si fermava per un secondo e poi iniziava a mangiare, affamato. Beveva sorsate da una bottiglia verde e la condivideva con gli altri. Dopo un po’ ricominciava a lavorare. Con la pala, con il piccone oppure con i mattoni. Usava un semplice filo che gli indicava la via. Oppure legno, martello e chiodi.

Ero affascinato. Lui creava dal nulla delle abitazioni. Dei muri. Dei luoghi dove poi gli altri avrebbero vissuto. Nei suoi gesti c’era tutta l’esperienza delle generazioni e l’amore di chi costruiva una casa dove sarebbe stato bello vivere.

Lo vedevo spesso, da piccolo. Veniva a macellare il maiale, quell’operazione che noi chiamiamo fare le ‘mmasciate. La sua cura era eccezionale anche in quei momenti. Non avresti mai detto che quelle mani (a cui mancava pure qualche falange) potessero essere così abili ed accorte. In tanti anni non aveva mai sbagliato un taglio. Riconosceva la qualità della carne, la quantità di spezie da mettere, aveva per esperienza tutti i metodi sicuri per non far rovinare mai nessun pezzo.

Gli gironzolavo attorno, lui mi sorrideva e mi insegnava. Mi dava tutti quei piccoli compiti che si danno ad un bambino curioso. Mi chiedeva di assaggiare se la carne era buona. Io assaggiavo e lo guardavo. Ogni volta era buonissima.  Quando alla fine della giornata andava via, si raccomandava a me per controllare i salami e le salsicce che rimanessero al fresco.

A primavera andavamo a trovarlo. Aveva la casa in collina. Era fresca, vecchia e vissuta. Con la moglie e i figli viveva in un posto che per me era un paradiso. C’erano le galline nell’aia e io le inseguivo. C’era un posto magico che chiamava cantina. Dentro c’erano grandi botti di vino cotto, dei fiaschi di vino rosso che travasava di tanto in tanto. Appesi al soffitto una fila di prosciutti e spallette e lonze e salami e salsicce secche. L’odore di quella stanza non lo dimenticherò mai.

la spalletta

Qualche settimana fa sono andato a Norcia. In un buonissimo negozio di mia fiducia ho chiesto una spalletta. Volevo comprarne una da un po’, per tagliarla con gli amici mangiando del buon pane fresco e bevendo un bicchiere di vino genuino, magari allungato con un goccio di gassosa (tanto per fare arrabbiare i puristi e i sommelier). La spalletta l’ho trovata. Quando sono tornato a casa l’ho osservata ed odorata. Quell’odore mi ha portato indietro nel tempo. Ai miei giochi di bambino, all’odore della cantina, a quel magico soffitto.

le coincidenze della vita e gli animali fuori dal branco

Talvolta le coincidenze sono sorprendenti.

Ad esempio questa nell’immagine è la mia auto preferita.

Peugeot 308, sportiva, consumi bassi, sicura.

Proprio oggi che la politica italiana degli ultimi anni sembra essere ad una svolta (che lo vogliamo o no è giunto -in ritardo- il momento di cambiare), stavo riflettendo su quello che faccio per migliorare ciò che vedo intorno a me.

Credo, semplicemente, che cambiare ciò che ci è vicino sia fondamentale per cambiare tutto. Insomma si parte dal fondo.

Ma spesso cambiare in senso radicale non è semplice. Costa fatica, la collaborazione con gli altri, l’approvazione, il superamento degli ostacoli, l’impegno sul lungo periodo quando l’entusiasmo iniziale finisce.

Insomma diciamoci la verità. La sera già è dura stendersi sul divano dopo ore di lavoro. E’ dura cucinare, abbracciare la moglie, uscire con la ragazza, stare dietro ai figli che non fanno i compiti, fare una lavatrice o stirare i panni. Figuriamoci impegnarsi per il proprio futuro, per la propria società, per il prossimo.

L’unica cosa che ci può venire un po’ più facile è una partita a calcetto, magari poi con una birra con gli amici o una partita a carte. Ecco, stranamente quelle cose non ci sembrano così faticose.

tutti in fila *scena tratta dal film Metropolis di Fritz Lang

Ma sarà che siamo pigri, che ci piacciono le cose facili (non quelle semplici, proprio quelle facili), ci piace seguire una massa, ci piace stare al caldo nel mezzo del gregge, senza dover alzare la testa, brucando qualche centimetro di erba da un metro quadro di terreno. Sarà che cambiamo strada solamente se la cambiano gli altri.

Ma da dove arriva quest’abitudine? Io ho una teoria: è colpa dei documentari di Piero Angela (anche qui una nostalgia e un ricordo di quand’ero piccolo). E’ lui che ci ha insegnato che gli animali che corrono fuori dal branco sono i primi ad essere uccisi dai predatori. E noi non vogliamo fare quella fine. Divorati da una leonessa, poi un leone, poi una jena e poi dai cani della prateria. Allora meglio giacere su un divano con le piaghe da decubito. E una partita a calcetto ogni tanto.

Ecco, la colpa della nostra attuale situazione sociale/morale è da imputare a Piero Angela e alla sua trasmissione. Se ci avesse lasciati tutti più ignoranti, adesso staremmo tutti meglio (ed anche questo lo dico: si stava meglio quando si stava peggio).

Buona giornata. Io per principio oggi eviterò il comodissimo divano tutto il giorno. Piuttosto mi stendo sul tappeto (che è anche più comodo).

E voi. Qual è l’atto rivoluzionario di oggi?

Le nebbie del lunedì

piazza del popolo - ascoli piceno. Arriva l'inverno, le giornate si accorciano e le luci vengono accese prima

E’ finito ottobre, sono ormai le ultime ore del mese.

Ieri pomeriggio ero in montagna con degli amici, passeggiando fra le strette vie di un paese in festa. C’erano focolari nella piazza, piccoli stand che vendevano castagne più o meno arrostite, un capanno con al centro un grande catino di rame pieno di vin brulè che ribolliva. Più in là bancarelle che vendevano formaggi, mieli aromatizzati, alcolici, mele, prodotti da forno e tanto altro.

E’ stato verso le cinque e mezza, forse le sei, che mi è sembrato di varcare una porta. Quella dell’inverno. Si perché,  come tutti sappiamo, ieri è entrata l’ora solare. E con lei il buio, le giornate più corte, la voglia di rimanere la sera a casa. L’odore del cibo ed il caldo del legno. Un buon bicchiere di vino, una tisana calda, le coperte e i piumoni.

Che io sia nostalgico non è certo una novità (provate a curiosare qui se volete saperne di più), ma queste giornate mi suscitano tanti ricordi, quasi sempre belli. Ricordo quando mia madre accendeva il camino tutte le mattine ed era un piacere fare colazione incantato a guardare le fiamme che si muovevano. Ricordo la giacca vecchia e logora che mettevo per andare a prendere la legna. Ricordo il vetro di una vecchia 127 da sbrinare prima di andare a scuola. Ricordo le palle di neve ed i pupazzi. Ricordo i dolci di castagne e quelli con la crema moca. Ricordo le nocciole messe nelle cassette a seccare, e le noci. Ricordo il rumore del riscaldamento ad aria. Ricordo una vecchia coperta di lana logora e pesante, a rombi rossi e gialli, che faceva caldo tutto il letto. Ricordo l’acqua ghiacciata la mattina sul viso. Ricordo la radio che gracchiava come sveglia e ricordo le corse alla finestra sperando di vedere la neve sulla strada.

Amo l’inverno. Lo amo perché rallenta i ritmi e ti costringe a pensare. Dopo il chiasso di una lunga estate non c’è niente di meglio che un buon inverno. Con le sue feste, le persone care, i suoi odori ed i suoi cibi. I suoi momenti di pausa, le sue riflessioni, il suo freddo. L’inverno ti spinge ad accoccolarti alla persona che ami. Ti fa godere delle piccole cose, ti ricorda che per sentirsi bene non devi per forza correre fuori a divertirti, ma che il divertimento e le cose essenziali le hai con te, vicino a te, dentro di te.

Questo lungo inverno sarà speciale, se lo vogliamo.

E mentre ascolto questa bellissima versione di Imagine scrivo ancora qualche riga. La citazione di cui parlavo nel post precedente  è tratta dal libro I cretini non sono più quelli di una volta Edito da Aliberti e scritto da Enrico Vaime. Ve lo consiglio soprattutto se siete nostalgici 🙂

Con le citazioni tornerò presto e se ce la faccio metterò in cantiere anche qualche altro piccolo progetto per il blog, per il momento ci sto lavorando sopra. Se volete leggere qualcos’altro, ma in edicola, da sabato è uscito un nuovo settimanale satirico dal titolo il ruvido, diretto da Marco Presta (per chi non lo sapesse è uno dei conduttori de il ruggito del coniglio su Radio2). Acquistare per leggere.

Voglia di …

relax...

 

Non ho ancora un collegamento internet (grazie per l’attesa a Fastweb) ed in attesa di potermi sedere e riflettere comodamente davanti ad un computer on-line, vi scrivo che semplicemente ho voglia di stendermi su una sdraio, lasciare i problemi alle spalle, respirare l’aria pura di montagna e sentirmi rilassato…

Non sarà un po’ presto per avere voglia di una vacanza?