L’esperienza e la gentilezza. C.

Una volta conoscevo una persona importante. Ai miei occhi di bambino appariva enorme. Aveva gli occhi chiari e stretti, le rughe cotte dal sole per il suo lavoro, i capelli a spazzola sempre corti. Era una gigante buono.

Ricordo come spostasse pietre pesanti con la facilità con cui il vento fa volare le piume. Aveva spesso in mano un piccone o una pala. Muoveva mucchi di sabbia ed io lo imitavo giocando con il mio escavatore in miniatura sulla stessa sabbia che lui usava per lavorare.

Cantava di tanto in tanto. Delle canzoni tristi o allegre, a seconda del momento. Guardava negli occhi gli uomini che gli stavano vicino. Dava ordini, ma lo faceva gentilmente. Sembrava non smettesse mai di lavorare. Ma quando era l’ora, si fermava. Sedeva con gli altri e tirava fuori il suo involto con il pranzo ancora caldo. Si fermava per un secondo e poi iniziava a mangiare, affamato. Beveva sorsate da una bottiglia verde e la condivideva con gli altri. Dopo un po’ ricominciava a lavorare. Con la pala, con il piccone oppure con i mattoni. Usava un semplice filo che gli indicava la via. Oppure legno, martello e chiodi.

Ero affascinato. Lui creava dal nulla delle abitazioni. Dei muri. Dei luoghi dove poi gli altri avrebbero vissuto. Nei suoi gesti c’era tutta l’esperienza delle generazioni e l’amore di chi costruiva una casa dove sarebbe stato bello vivere.

Lo vedevo spesso, da piccolo. Veniva a macellare il maiale, quell’operazione che noi chiamiamo fare le ‘mmasciate. La sua cura era eccezionale anche in quei momenti. Non avresti mai detto che quelle mani (a cui mancava pure qualche falange) potessero essere così abili ed accorte. In tanti anni non aveva mai sbagliato un taglio. Riconosceva la qualità della carne, la quantità di spezie da mettere, aveva per esperienza tutti i metodi sicuri per non far rovinare mai nessun pezzo.

Gli gironzolavo attorno, lui mi sorrideva e mi insegnava. Mi dava tutti quei piccoli compiti che si danno ad un bambino curioso. Mi chiedeva di assaggiare se la carne era buona. Io assaggiavo e lo guardavo. Ogni volta era buonissima.  Quando alla fine della giornata andava via, si raccomandava a me per controllare i salami e le salsicce che rimanessero al fresco.

A primavera andavamo a trovarlo. Aveva la casa in collina. Era fresca, vecchia e vissuta. Con la moglie e i figli viveva in un posto che per me era un paradiso. C’erano le galline nell’aia e io le inseguivo. C’era un posto magico che chiamava cantina. Dentro c’erano grandi botti di vino cotto, dei fiaschi di vino rosso che travasava di tanto in tanto. Appesi al soffitto una fila di prosciutti e spallette e lonze e salami e salsicce secche. L’odore di quella stanza non lo dimenticherò mai.

la spalletta

Qualche settimana fa sono andato a Norcia. In un buonissimo negozio di mia fiducia ho chiesto una spalletta. Volevo comprarne una da un po’, per tagliarla con gli amici mangiando del buon pane fresco e bevendo un bicchiere di vino genuino, magari allungato con un goccio di gassosa (tanto per fare arrabbiare i puristi e i sommelier). La spalletta l’ho trovata. Quando sono tornato a casa l’ho osservata ed odorata. Quell’odore mi ha portato indietro nel tempo. Ai miei giochi di bambino, all’odore della cantina, a quel magico soffitto.

8 pensieri su “L’esperienza e la gentilezza. C.

  1. Grazie mille, spero vi piaccia perché non è così facile condividere sul web dei pezzi di se stessi, delle cose che si sentono dentro… e mi piacerebbe aver fatto passare un pezzetto di me così come lo sento dentro

  2. lo so, immagino che per un vegetariano sia un racconto un po’ difficile da digerire… ma i ricordi sono ricordi, tutto diventa più bello in un ricordo e qualche volta persino più facile e romantico da raccontare. 🙂

  3. E’ vero, quanti ricordi passano per il naso… chi non ricorda benissimo il profumo della persona amata? O almeno quello della prima cotta… la fragranza di una giornata di primavera passata all’aperto…. ahhhhhh…..

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